Illegittima la sospensione dell’assegno sociale al cittadino straniero sul presupposto dell’allontanamento superiore al mese dal territorio nazionale.

Tribunale di Modena, ordinanza del 15 dicembre 2020 – ricorso dell’avv. Ilda Beqo.

Ordinanza di accoglimento di ricorso ex art. 700 c.p.c del Tribunale di Modena – Sez. Lavoro, Dott. Andrea Marangoni, avverso la sospensione dell’assegno sociale operata dall’INPS sul presupposto che la titolare della prestazione si sarebbe allontanata dall’Italia per periodi superiori al mese.

L’INPS ha sospeso l’assegno sociale ad una cittadina albanese in ragione dell’allontanamento della stessa dal territorio Italiano nell’anno 2019 per periodi superiori al mese, effettuando i controlli circa la permanenza in Italia dell’interessata dai timbri presenti sul passaporto, in parte illeggibili ed in parte mancanti.

La ricorrente ha presentato ricorso d’urgenza ex art. 700 cpc chiedendo il ripristino immediato dell’assegno sociale illegittimamente sospeso dall’Istituto e la condanna dello stesso al pagamento delle somme dovute per le mensilità sospese, oltre interessi legali, rivalutazione monetaria e maggiorazioni sociali ex L. 448/2001 dalla maturazione al saldo.

Il Giudice del Lavoro, in accoglimento del ricorso ha fatto proprio la tesi della ricorrente, fondata sull’orientamento della Cassazione che “in ipotesi di assegno sociale riconosciuto a favore di un cittadino extracomunitario, il mero allontanamento temporaneo del beneficiario dal territorio nazionale, tale da non mettere in discussione la residenza in Italia, non comporta la sospensione del diritto alla prestazione, il quale, pertanto, sussiste anche per il periodo in cui l’assistito si è volontariamente allontanato dal luogo di dimora abituale (Cassazione civile sez. lav., 29/08/2016, n.17397)”.

Tanto premesso, posto che l’INPS non ha provveduto alla revoca bensì alla mera sospensione dell’assegno;  che dalle risultanze anagrafiche la ricorrente risulta ancora residente in Italia e che dal rilascio della procura si  presume che, in ogni caso, vi abbia fatto ritorno; considerata anche la non chiara intellegibilità delle annotazioni sul passaporto, il  Giudice del Lavoro ha ritenuto illegittima la censurata sospensione sine die dell’erogazione della prestazione assistenziale, con conseguente sussistenza del fumus boni iuris.

È stato ritenuto sussistente altresì il requisito del periculum in mora considerato che il diritto cui è preordinata la richiesta tutela interinale rientra tra i diritti a contenuto patrimoniale aventi funzione non patrimoniale, in quanto consente al titolare il soddisfacimento di bisogni primari che non potrebbero altrimenti essere soddisfatti.

Il Giudice ha quindi ordinato all’INPS di ripristinare l’assegno sociale dalla data della sospensione oltre alla maggiorazione sociale ex L. 448/2001 ed interessi legali con analoga decorrenza, condannando l’istituto al pagamento delle spese di lite.

Diritto alla carta di soggiorno come familiare di cittadino italiano ex art. 10 D.Lgs. 30/2007 anche se la richiedente ha erroneamente richiesto altro titolo.

Il Tribunale di Torino ha accolto il ricorso presentato dalla signora A.B., a mezzo degli Avv. Esmeralda Elmazi ed Elina Nelaj, statuendo il diritto alla carta di soggiorno come familiare di cittadino italiano anche se la richiedente aveva erroneamente richiesto altro titolo, aggiungendo ulteriormente che la convivenza non costituisce requisito oggettivo del diritto al soggiorno e la relativa mancanza non rileva se non risulta la strumentalità del matrimonio.

Nel caso di specie, la signora presentava, presso la Questura di Torino, domanda di permesso di soggiorno ma tale domanda veniva rigettata sulla base del presupposto che, dalle verifiche effettuate dall’Amministrazione resistente, la signora non era stata rintracciata presso la casa coniugale.
Avverso tale provvedimento veniva presentato ricorso ove si evidenzia che la ricorrente, avendo contratto matrimonio con cittadino italiano, aveva diritto al rilascio della carta di soggiorno come familiare di cittadino italiano ex art. 10 D.Lgs. 30/2007 (e non di permesso ex art. 19 TUI), e che era estraneo a tale disciplina il requisito della convivenza.

Con provvedimento inaudita altera parte del 14.08.2020 il Giudice sospendeva l’efficacia esecutiva del provvedimento impugnato e fissava udienza per la discussione nel merito.

Con successiva ordinanza comunicata il 27.09.2021 il Tribunale di Torino ha accolto totalmente le domande della ricorrente, precisando che la Questura, ai sensi dell’art. 5 co. 5 e 9 D.Lgs. 286/1998, una volta accertato che l’istante aveva errato nella qualificazione del titolo, avrebbe dovuto segnalare la circostanza all’interessata e consentirle di integrare eventualmente la domanda.

Il Giudice ha altresì affermato che non vi erano i presupposti per negare il titolo di soggiorno poiché “la sola assenza del nominativo della moglie sul campanello, unitamente al mancato rintraccio in casa della medesima, non valgono a comprovare che il matrimonio sia fittizio, tra l’altro in presenza di indicazioni non univoche..” e, in ogni caso, la mancata convivenza non rileva se non risulta la strumentalità del matrimonio.

Per il Tribunale di Torino, il carattere fittizio del matrimonio (neppure contestato alla ricorrente) è cosa ben diversa dal requisito della convivenza e la Questura aveva errato nel considerare la convivenza come requisito oggettivo del diritto al soggiorno.

Condividiamo un’ordinanza del Tribunale di Parma, pronunciata in seguito a causa patrocinata dall’Avv. Margarita Preni dell’Associazione AAI e Avv. Michele Lai, la quale trae origine dall’istanza di iscrizione anagrafica presso il Registro della Popolazione Residente presso il Comune di Parma presentata da una cittadina georgiana, convivente di fatto con un cittadino italiano ma priva di un permesso di soggiorno che legittimasse la sua presenza in Italia.

La questione sottoposta all’attenzione del Tribunale di Parma ha, quindi, sostanzialmente riguardato della riconoscibilità o meno del diritto all’unità familiare del cittadino italiano che abbia sottoscritto un contratto di convivenza con una cittadina non comunitaria presente sul territorio nazionale per avervi fatto ingresso in forza di regolare visto, ma priva di idoneo titolo di soggiorno iure proprio.

Più nello specifico, al Tribunale di Parma è stato chiesto di pronunciarsi sulla sussistenza o meno dell’obbligo per l’ufficiale d’anagrafe presso il comune di residenza del cittadino italiano di ricevere gli atti relativi alla dichiarazione oppure al contratto di convivenza di fatto ai sensi art. n. 1, commi nn. 36 e 37 L. n. 76/2016 con una cittadina non comunitaria e priva di un titolo di soggiorno che ne legittimi la permanenza sul territorio nazionale, avente la forma di una scrittura privata autenticata da avvocati e, conseguentemente, il diritto di costei all’iscrizione anagrafica nel registro della popolazione residente presso il medesimo comune, con contestuale annotazione del suo stato di convivenza con il predetto cittadino italiano

Gli interessati avevano dapprima presentato idonea dichiarazione anagrafica per la costituzione della convivenza di fatto tra due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia, disciplinata dall’art. 1, commi n. 36 e seguenti L n. 76/2016, seguita dalla richiesta di registrazione del contratto di convivenza stipulato con l’ausilio dei propri legali Avvocati Margarita Preni e Michele Lai.

Con comunicazione di data successiva, il comune investito della richiesta in parola ha dichiarato la irricevibilità della dichiarazione in oggetto –per quanto qui d’interesse- sul rilievo della mancanza del requisito oggettivo dell’iscrizione anagrafica nel medesimo stato di famiglia dei conviventi poiché… la Sig.ra (omissis), infatti, risulta priva del presupposto fondamentale per potere rendere la dichiarazione in oggetto, vale a dire l’iscrizione in anagrafe; in questo comune, infatti, è residente solamente il Sig. (omissis), mentre la Sig.ra (omissis) non è iscritta in anagrafe

Dunque, il Comune di Parma ha ritenuto che l’iscrizione anagrafica della richiedente costituisce un requisito imprescindibile ai fini dell’accertamento della “stabile convivenza” della medesima con un cittadino italiano.

Sotto altro profilo, l’Amministrazione ha pure ritenuto che l’iscrizione della medesima nel registro anagrafico della popolazione residente presso il predetto Comune ovvero la dichiarazione di convivenza e contestuale iscrizione nello stato di famiglia del cittadino comunitario, fosse ostacolato dalla mancata attestazione del possesso di un idoneo permesso di soggiorno rilasciato per motivi autonomi da quelli riconducibili all’esercizio del diritto all’unità familiare.

In buona sostanza, a mente del Comune di Parma, il motivo ostativo all’accoglimento della dichiarazione di convivenza in oggetto e del relativo contratto sia rappresentato dalla carenza di certezza circa l’effettività e/o stabilità del vincolo affettivo tra i dichiaranti, con particolare riferimento alla …modalità di accertamento della “stabile convivenza”… previa ricezione (e verifica) della dichiarazione anagrafica di convivenza tra i richiedenti.

Al contrario, la interpretazione offerta dai legali dei contraenti, fatta propria dal Tribunale di Parma, considera l’istituto della residenza connesso alla constatazione/accertamento/riscontro nella realtà fattuale della …convivenza e della coabitazione…. – esente nella littera legis ogni e qualsiasi riferimento alla regolarità del soggiorno in Italia del cittadino non comunitario convivente con un cittadino italiano. La difesa degli interessati ha anche chiarito come il possesso del permesso di soggiorno sia correttamente richiesto ai cittadini non comunitari che intendano richiedere l’iscrizione anagrafica presso un comune italiano iure proprio ovvero perché preventivamente autorizzati a soggiornare nel territorio nazionale per motivi di lavoro, di studio, nell’esercizio del diritto al ricongiungimento familiare e così via.

Nel caso di specie, invece, l’iscrizione della cittadina georgiana nello stato di famiglia del suo convivente cittadino italiano costituisce estrinsecazione del diritto del cittadino comunitario all’unità familiare, oggi positivizzato dall’art. 3, comma 2, lett. b) ed art. 9, comma 5, lett. c-bis del D.Lgs n. 30/2007 che ha recepito la Direttiva 38/2004/CE avente ad oggetto la libertà di circolazione e soggiorno dei cittadini comunitari e dei loro familiari.

Sulla scia di tale interpretazione, il Tribunale di Parma adito in via d’urgenza ha aderito alla soluzione che l’iscrizione anagrafica del cittadino extracomunitario, convivente di fatto di cittadino italiano, costituisca un diritto oggi positivizzato dal D.LGS n. 30/2007 richiamato. Tuttavia, il Giudice di Prime cure ha declinato la competenza a decidere a favore della Sezione Specializzata in materia di Immigrazione Protezione Internazionale e Libera Circolazione. I legali dei due conviventi hanno proposto reclamo avverso la prima ordinanza di rigetto la quale, come è dato comprendere dalla lettura del provvedimento, è stata integralmente riformata confermando il diritto della cittadina georgiana ad essere iscritta presso il Registro della Popolazione Residente presso il comune di residenza del proprio partner italiano.

In seguito all’iniziativa intrapresa dalla nostra Associazione, volta alla stipulazione di accordo bilaterale tra l’Albania e l’Italia per il riconoscimento reciproco del principio del “ne bis in idem” (divieto di doppia condanna per i medesimi fatti), condividiamo anche l’intervista rilasciata, sul punto, dall’Avv. Gentian Alimadhi, socio e membro del Consiglio Direttivo della nostra Associazione.

https://www.oranews.tv/vendi/ne-itali-dhe-ne-shqiperi-denohen-2-here-per-te-njejtin–apeli-i-avokat-i1013065?fbclid=IwAR23hrXiTW4Z00R18UPC_TBaPE7pZ_Qsr55fQz6-fR1WTL_zLK2GZcjcBCU#.YW1UUJ9zsVQ.facebook