Diniego del visto per ricongiungimento familiare: l’Ambasciata italiana in Pakistan viola il diritto soggettivo del richiedente. Tribunale di Roma, ordinanza del 24 febbraio 2022 – Avv. Elena Vengu.

Accolto ricorso avverso il diniego dell’Ambasciata d’Italia di Islamabad al rilascio del visto per ricongiungimento familiare. Rigetto emesso a causa di una presunta contraffazione dell’atto di nascita del richiedente.

Il cittadino del Pakistan, titolare di permesso di soggiorno UE di lungo periodo, aveva impugnato il provvedimento di diniego del visto di ingresso per ricongiungimento familiare emesso dall’Ambasciata d’Italia di Islamabad.

Tale diniego si basava esclusivamente sulla presunta contraffazione dell’atto di nascita del familiare da ricongiungere. Solo nel corso del giudizio, l’Ambasciata evidenziava l’esistenza di una discrepanza tra la data di nascita dichiarata dal ricorrente e la data di nascita riportata nei registri dello Stato civile.

Nella prima fase di richiesta del ricongiungimento familiare, il ricorrente aveva regolarmente domandato ed ottenuto il nulla osta da parte dello Sportello Unico per l’Immigrazione presso la Prefettura, la quale aveva verificato i requisiti oggettivi per il rilascio del nulla osta quali titolo di soggiorno, reddito, alloggio e assenza di circostanze ostative di Pubblica Sicurezza. Tuttavia, nella seconda fase, l’Ambasciata ha negato il visto dopo aver verificato i requisiti soggettivi necessari per il relativo rilascio. Non erano posti in contestazione né il rapporto di filiazione né di coniugio ma esclusivamente la genuinità dell’atto di nascita.

L’Ambasciata, tuttavia, non aveva fondati motivi per ritenere che la data di nascita apposta su tutti i documenti presentati dal ricorrente, fosse diversa da quella dichiarata dallo stesso. Il diniego rilasciato tra l’altro senza preavviso di rigetto ex art. 10 bis L. n 241/90, era fondato esclusivamente sul rilascio di dichiarazioni generiche degli impiegati dello Stato civile del Comitato Municipale.

Inoltre, il cittadino pakistano ha allegato nel corso del giudizio la sentenza di correzione della data di nascita emessa dal Tribunale pakistano, debitamente tradotta, insieme a carta d’identità e passaporto, i quali riportavano la data di nascita dallo stesso dichiarata. Risultano, pertanto, irrilevanti le dichiarazioni generiche di errore materiale della data di nascita rilasciate dalle autorità pakistane dello Stato civile.
Risultava, altresì, che l’Ambasciata non avesse consultato le banche dati che fanno capo al Ministero dell’Interno. Veniva quindi accolto il ricorso, in quanto il Tribunale ha accertato la violazione del diritto soggettivo del ricorrente a ricongiungersi con la propria famiglia.

Assemblea annuale AAI – Bari 28.5.2022.

Il 28 maggio 2022 si è tenuta a Bari, presso la sala consiliare del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bari, l’Assemblea dell’Associazione degli Avvocati Albanesi in Italia, un evento ricco di incontri e proposte.Un particolare ringraziamento va ai colleghi Antonio Bellomo e Giuseppe Dalfino – rispettivamente Vice Presidente e Consigliere del COA – i quali ci hanno trasmesso i saluti di tutti i componenti del Consiglio, nonché al collega Dorian Palmo Saracino, Presidente dell’Aiga Bari.

Bari, ancora una volta, si è confermata essere una città generosa ed ospitale e la nostra Associazione continuerà a rafforzare i legami e implementare gli eventi in collaborazione con gli Organi forensi baresi.Associazione Avvocati Albanesi in Italia.

Illegittima la sospensione dell’assegno sociale al cittadino straniero sul presupposto dell’allontanamento superiore al mese dal territorio nazionale.

Tribunale di Modena, ordinanza del 15 dicembre 2020 – ricorso dell’avv. Ilda Beqo.

Ordinanza di accoglimento di ricorso ex art. 700 c.p.c del Tribunale di Modena – Sez. Lavoro, Dott. Andrea Marangoni, avverso la sospensione dell’assegno sociale operata dall’INPS sul presupposto che la titolare della prestazione si sarebbe allontanata dall’Italia per periodi superiori al mese.

L’INPS ha sospeso l’assegno sociale ad una cittadina albanese in ragione dell’allontanamento della stessa dal territorio Italiano nell’anno 2019 per periodi superiori al mese, effettuando i controlli circa la permanenza in Italia dell’interessata dai timbri presenti sul passaporto, in parte illeggibili ed in parte mancanti.

La ricorrente ha presentato ricorso d’urgenza ex art. 700 cpc chiedendo il ripristino immediato dell’assegno sociale illegittimamente sospeso dall’Istituto e la condanna dello stesso al pagamento delle somme dovute per le mensilità sospese, oltre interessi legali, rivalutazione monetaria e maggiorazioni sociali ex L. 448/2001 dalla maturazione al saldo.

Il Giudice del Lavoro, in accoglimento del ricorso ha fatto proprio la tesi della ricorrente, fondata sull’orientamento della Cassazione che “in ipotesi di assegno sociale riconosciuto a favore di un cittadino extracomunitario, il mero allontanamento temporaneo del beneficiario dal territorio nazionale, tale da non mettere in discussione la residenza in Italia, non comporta la sospensione del diritto alla prestazione, il quale, pertanto, sussiste anche per il periodo in cui l’assistito si è volontariamente allontanato dal luogo di dimora abituale (Cassazione civile sez. lav., 29/08/2016, n.17397)”.

Tanto premesso, posto che l’INPS non ha provveduto alla revoca bensì alla mera sospensione dell’assegno;  che dalle risultanze anagrafiche la ricorrente risulta ancora residente in Italia e che dal rilascio della procura si  presume che, in ogni caso, vi abbia fatto ritorno; considerata anche la non chiara intellegibilità delle annotazioni sul passaporto, il  Giudice del Lavoro ha ritenuto illegittima la censurata sospensione sine die dell’erogazione della prestazione assistenziale, con conseguente sussistenza del fumus boni iuris.

È stato ritenuto sussistente altresì il requisito del periculum in mora considerato che il diritto cui è preordinata la richiesta tutela interinale rientra tra i diritti a contenuto patrimoniale aventi funzione non patrimoniale, in quanto consente al titolare il soddisfacimento di bisogni primari che non potrebbero altrimenti essere soddisfatti.

Il Giudice ha quindi ordinato all’INPS di ripristinare l’assegno sociale dalla data della sospensione oltre alla maggiorazione sociale ex L. 448/2001 ed interessi legali con analoga decorrenza, condannando l’istituto al pagamento delle spese di lite.

Diritto alla carta di soggiorno come familiare di cittadino italiano ex art. 10 D.Lgs. 30/2007 anche se la richiedente ha erroneamente richiesto altro titolo.

Il Tribunale di Torino ha accolto il ricorso presentato dalla signora A.B., a mezzo degli Avv. Esmeralda Elmazi ed Elina Nelaj, statuendo il diritto alla carta di soggiorno come familiare di cittadino italiano anche se la richiedente aveva erroneamente richiesto altro titolo, aggiungendo ulteriormente che la convivenza non costituisce requisito oggettivo del diritto al soggiorno e la relativa mancanza non rileva se non risulta la strumentalità del matrimonio.

Nel caso di specie, la signora presentava, presso la Questura di Torino, domanda di permesso di soggiorno ma tale domanda veniva rigettata sulla base del presupposto che, dalle verifiche effettuate dall’Amministrazione resistente, la signora non era stata rintracciata presso la casa coniugale.
Avverso tale provvedimento veniva presentato ricorso ove si evidenzia che la ricorrente, avendo contratto matrimonio con cittadino italiano, aveva diritto al rilascio della carta di soggiorno come familiare di cittadino italiano ex art. 10 D.Lgs. 30/2007 (e non di permesso ex art. 19 TUI), e che era estraneo a tale disciplina il requisito della convivenza.

Con provvedimento inaudita altera parte del 14.08.2020 il Giudice sospendeva l’efficacia esecutiva del provvedimento impugnato e fissava udienza per la discussione nel merito.

Con successiva ordinanza comunicata il 27.09.2021 il Tribunale di Torino ha accolto totalmente le domande della ricorrente, precisando che la Questura, ai sensi dell’art. 5 co. 5 e 9 D.Lgs. 286/1998, una volta accertato che l’istante aveva errato nella qualificazione del titolo, avrebbe dovuto segnalare la circostanza all’interessata e consentirle di integrare eventualmente la domanda.

Il Giudice ha altresì affermato che non vi erano i presupposti per negare il titolo di soggiorno poiché “la sola assenza del nominativo della moglie sul campanello, unitamente al mancato rintraccio in casa della medesima, non valgono a comprovare che il matrimonio sia fittizio, tra l’altro in presenza di indicazioni non univoche..” e, in ogni caso, la mancata convivenza non rileva se non risulta la strumentalità del matrimonio.

Per il Tribunale di Torino, il carattere fittizio del matrimonio (neppure contestato alla ricorrente) è cosa ben diversa dal requisito della convivenza e la Questura aveva errato nel considerare la convivenza come requisito oggettivo del diritto al soggiorno.